Cardillo

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Lei ha mentito

, con Andrea Penna, Roma, 


Andrea Penna intervista Antonino Cardillo a Roma nella Casa della Polvere per il programma radiofonico Radio 3 Suite di RAI Radio 3



RAI Radio 3 Suite



Ci siamo recati in una casa romana che si trova nel Quartiere Ludovisi, in Via Piemonte, in vista delle Mura Aureliane. Una casa che è stata visitata durante i musei aperti, disegnata da un architetto, Antonino Cardillo, che abbiamo incontrato per farci raccontare questa casa, ma anche la sua storia. Una storia un po’ in bilico fra architettura e arte concettuale.




 — La casa è un’allusione alla polvere, per l’appunto si chiama House of Dust, la Casa della Polvere. Il punto di partenza è stato l’idea di creare una casa borghese che contenesse elementi familiari e anche banali in cui il fruitore possa ritrovare una riconoscibilità. E però nello stesso tempo, in questa riconoscibilità c’è qualcosa che destabilizza. L’elemento più evidente è il cielo dello spazio pubblico costruito da un intonaco rusticato color terra. È un’allusione alle grottesche rinascimentali, all’idea di grotte primordiali ed agli inizi. L’idea della polvere è un manifesto di architettura. È l’idea di un’architettura che è costruita su degli strati. Che sullo strato costruisce la sua struttura, la sua complessità e che dà anche possibilità al fruitore, che è anche colui che immagina lo spazio attraverso i media, di costruire la sua interpretazione. La casa contiene elementi che tra loro sono in contraddizione. Come questa linea di luce a terra, che potrebbe essere letta come un riferimento a un immaginario fantascientifico. Però essa viene contraddetta dal soffitto, che invece allude a qualcosa di vernacolare o di arcaico. Questo aspetto è evidente quando si entra nella casa, lo spazio in cui ci troviamo. Qui sono presenti tre archi segnati su di un muro di cemento, un riferimento ad Alice nel Paese delle Meraviglie. La casa, quindi, presenta nel salone sei archi. Ciascuno di questi archi conduce o non conduce. Quello che può apparire ovvio, cioè che essi possano condurre ad altri spazi, viene invece contraddetto da un coup de théâtre, per cui l’accesso alla cucina avviene tramite un passaggio segreto.

 — Eh, infatti non era nessuno di quegli archi perché si è aperta una parete!

 — Questo aspetto teatrale alza l’attenzione. Ed è importante riuscire a far questo in uno spazio piccolo. È come voler dire: l’architettura non è morta. Non ha bisogno di torri, grattacieli, spazi e palazzi giganti per esprimere la sua continuità storica. L’architettura è fatta anche di piccoli aspetti che sono musicali, letterari, come questa serie di archi che crea aspettative tradite. Ciascun elemento che adorna lo spazio risuona con altri luoghi dell’abitazione. Per esempio, uno di questi archi è adornato da una sfera di vetro rosa. Ci si potrebbe chiedere: perché questo elemento rosa in uno spazio che non contiene nessun riferimento al rosa? Ma aprendo e varcando quell’arco…

 — Quella, grazie a Dio, è una maniglia, si va da qualche parte!

 — … si va nella zona dell’intimità. La zona dell’intimità è tutta rosa. Questo stesso colore rosa viene anche riproposto nella illuminazione notturna degli spazi di servizio che circondano lo spazio principale del salone.

 — Ho detto prima che dalla finestra si vedono le Mura Aureliane. In realtà Cardillo si è trasferito a Roma all’inizio degli anni Duemila, proprio come scelta. Nel frattempo ha svolto un percorso ben documentato sulla stampa nazionale e internazionale, lavorando in interni e esterni, ma anche segnalato come architetto emergente con un’attenzione da parte di numerose testate, sia del settore che tangenziali, che riguardano lo stile ed il modo di vivere; prima fra tutte la rivista Wallpaper*.⁠[1] Non tantissimo tempo fa, nel 2012, l’anno scorso, c’è stata poi un’intervista a Der Spiegel.⁠[2] Premetto che Radio 3 ha un precedente storico: una famosa intervista a un curatore internazionale importante che si è finto, come ha fatto in altre occasioni, essere un artista importante, ovvero Cattelan. È un piccolo cimelio che abbiamo nei nostri archivi, una falsa intervista, come ne sono state fatte alcune, che noi abbiamo tenuto e raccolto. Perché cito questo? Cosa si raccontava in questa intervista?

 — Da un punto di vista letterario, ha generato la possibilità di interpretare il lavoro che ho svolto dal 2004 fino al 2012. Io ho cercato di superare il problema della committenza, che è fondamentale in architettura, eliminandola definitivamente.

 — Ma come? (ride)

 — Per cui ho costruito una mappa geografica di luoghi ‘inesistenti’ attraverso simulazioni artificiali al computer, inviando progetti di architetture, supposte costruite, a varie riviste internazionali, che nell’ambiguità generale le hanno pubblicato più volte. Purtroppo dagli anni Novanta le riviste di architettura hanno smesso di pubblicare i progetti. Questo è un problema serio che ha a che fare con la decadenza della cultura architettonica, perché l’impossibilità di pubblicare progetti elimina la possibilità alle nuove generazioni di approdare alla pubblicazione.

 — È chiaro il punto: come si fa a entrare in questo percorso ed essere pubblicati se non si è ancora costruito? La scelta di Cardillo è stata quella di creare, per esempio, sto cercando di ricordare: il Nude Tower Hotel?

 — Quello è stato citato più volte. Però io vi devo deludere perché non è stato mai pubblicato. Non ci ha creduto mai nessuno perché era al Lungotevere dei Mellini.

 — Quindi era facile verificare che non esistesse.

 — Invece su La Stampa è stato scritto che era stato pubblicato.⁠[3] Questi sono poi disguidi d’interpretazione.

 — Ulteriori percorsi mistificatori…

 —  Io credo che l’intervista a Der Spiegel sia interessante perché è l’idea del racconto sul racconto. Porta avanti la riflessione su cosa è oggi la comunicazione. Nella mia azione c’è un aspetto sovversivo. Agendo in questo modo ho fatto breccia in un muro e però c’è un rischio; ma se io non avessi agito in questo modo non avrei potuto costruire una casa in Giappone, un negozio per Sergio Rossi e la Casa della Polvere vicino la Via Veneto.

 — E infatti, nel novero delle varie proposte dei lavori di Cardillo ce ne sono alcuni che sono realmente stati costruiti mescolati con altri, e lì l’ambiguità, che sono stati realizzati soltanto con l’aspetto visivo al computer. E qui ci vuole sincerità: è una progettualità o è un percorso che si è andato costruendo? Cioè, ad un primo tentativo ne è seguito un secondo? E perché poi decidere di smascherarsi da solo su Der Spiegel? Poteva andare avanti per molto più tempo; oppure si era ingenerata una preoccupazione? O anche un desiderio di fermare questo gioco?

 — L’idea della costruzione di questa mappa immaginaria di luoghi, di queste architetture che oggi possiamo definire fantastiche, è derivata dallo studio della storia. Io ho una formazione storica e tutta la storia è attraversata dall’idea dell’architettura come immaginario. Basti pensare alle architetture degli architetti della rivoluzione Ledoux e Boullée, oppure Sant’Elia, o i primi progetti di Mies van der Rohe. Per cui io rimango stupito da chi si scandalizza da questo aspetto. È normale che un architetto che faccia un percorso…

 — Però lei ha mentito…

 — L’arte è una menzogna! L’arte è una menzogna che cerca la verità.

 — E qui entra in gioco infatti la ragione per cui noi ci siamo incuriositi. C’è un leggero spostamento dell’asse dello sguardo, dal lavoro di un architetto, perché lo è e questa casa l’abbiamo visitata un po’ insieme come potevamo essere a Milano nello spazio del negozio, all’opera d’arte che diventa l’artista stesso il manifesto di quello che fa. Cioè, si è un po’ mosso l’ago del ‘contatore Geiger’, da architetto a artista concettuale? Possiamo chiamarlo così?

 — Io credo che l’architettura sia arte. Con questa affermazione mi assumo una responsabilità. Non credo negli studi azienda. Credo che la decadenza dell’architettura contemporanea sia dovuta in questi ultimi trent’anni dall’aver propagandato che l’architettura si produca in una fabbrica con centocinquanta o duecento persone. Credo che questo tipo di produzione, che va di pari passo a quello che accade in musica, nel cinema e anche per certi versi nella letteratura, sia alla base della decadenza della cultura contemporanea. La mia è un’affermazione radicale. Però, se l’architettura è poesia, non si può delegare il processo creativo. Io ho seguito personalmente il cantiere e la fase di progettazione della House of Dust, stando fisicamente in questo luogo. Secondo i dettami di chi produce architettura oggi, questo è un modo vecchio di operare. Io credo di no.





Note

  1. ^ Tony Chambers, Jonathan Bell, Ellie Stathaki, ‘Architects directory 2009’, Wallpaper*, n. 125, eic. Tony Chambers, Londra, ago. 2009, pp. 74, 76‑77, 81. ‘Antonino Cardillo, Italy, wallpaper.com, Londra, 25 lug. 2009.
  2. ^ Susanne Beyer, ‘Hochstapler: Römische Ruinen’ , Der Spiegel, n. 27/12, Amburgo, 2 lug. 2012, pp. 3, 121‑123.
  3. ^ Alessandro Alviani, ‘Cardillo, l’architetto delle case inesistenti, La Stampa, vol. 146, n. 182, Torino, 3 lug. 2012, p. 37.

Grazie a Guido Barbieri, Daniela Condò ed Auronda Scalera





Audio

RAI Radio 3, Roma, 6 giu. 2013



La maniglia rosa della Casa della Polvere

La maniglia rosa della Casa della Polvere. Fotografia: Antonino Cardillo, 2023





Fonte

  • Antonino Cardillo, ‘Incontro con l’architetto Antonino Cardillo’, Radio 3 Suite [programma radiofonico], cur. Andrea Penna, RAI Radio 3, Roma, 6 giu. 2013.