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Architettura e riverbero

Istanbul, 



Tasarim 194

Tasarim 194

Articolo

Di Antonino Cardillo

A volte l’architettura è tanto più interessante quanto è invisibile o celata. Ovvero non fatta solo da ciò che si può vedere o toccare, ma soprattutto da ciò che suggerisce e lascia all’immaginazione. In tal senso non è solo spazio vissuto ma anche e soprattutto spazio immaginato. Come spiegare altrimenti il senso di alcuni luoghi irraggiungibili? In architettura lo spazio non và attraversato solo con il corpo ma, alcune sue parti diventano significanti proprio perché inconoscibili al corpo, diventando così luoghi per la mente, aperti a molteplici letture: come gli oscuri anfratti di una cattedrale o come, attraverso una chiave di lettura differente, per le rovine di Villa Adriana, dove il non saputo è più potente ed evocativo della verità documentata. L’architettura affascina quando contiene in se ‘luoghi lontani’, dove la lontananza più che una cifra dimensionale diventa espressione dell’ignoto, dell’irreale ed in definitiva del sogno. La lontananza stimola nell’immaginazione di ciascuno associazioni imprevedibili che, mutando la natura originaria dell’edificio attraverso un lento sedimento depositato nella memoria collettiva, determinano la sua rappresentazione nella storia. Se la musica è suono, l’architettura è luce e l’edificio costruito non è l’opera ma lo strumento che la crea. E se la luce è materia prima dell’architettura il riverbero, come in musica, ne misura le distanze. Osservando i paintings di John Soane, si comprende questa particolare peculiarità: Soane dipinge la luce, una luce polverosa che invade lo spazio. Questa luce quando incontra la materia solida, alterando la propria natura e forma, riverbera a sua volta altre superfici, in un gioco di divisioni sino a decadere verso il buio. Ma non tutti gli edifici ascoltano la luce. Solo la materia opaca è premessa a quell’ordito cangiante e luminoso che chiamiamo architettura. Una scatola di vetro invece, paradossalmente, ignora la luce poiché non la modifica. Dimentica lo scopo primario dell’architettura che è quello di interpretarla, di accoglierla e direzionarla, innescando dialoghi complessi tra superfici ora lisce, ora porose, ora traslucide, ora riflettenti. In definitiva, pertanto, la trasparenza sembrerebbe negare la ragion d’essere dell’architettura.


Tasarim 194

Architecture and reverberation, Tasarim, n. 194, pp. 90–91.

Architettura e riverbero, Tasarim, n. 194, pp. 90‑91.


Fonte