Antonietta Iolanda Lima
Ragazzi, capite, io sono commossa. Felice, commossa, perché questo percorso luminosissimo che ha portato me, giovanissima, ad avere ottantaquattro anni, e ancora Antonio. [Mi soffermerò] su delle cose meravigliose che ha detto e che condivido; anzi lo dico subito, temendo di dimenticarlo. Lui ha parlato dell’immaginazione: ricordiamo Einstein, quando diceva [che l’immaginazione ci porta dovunque]. Voleva dire questo: è così che si vola, solo così si vola, dovunque, anche stando in un piccolo luogo sconosciuto a tutti.
L’immaginazione è il luogo più bello che noi abbiamo potuto avere, ed è l’immaginazione, ragazzi, come diceva Antonio, che dovete possedere, insieme alla curiosità e al dubbio. Dubitare è una base della filosofia: dubitare significa voler conoscere, mettersi in dubbio. Guai [ai dogmatismi]. E lui ha parlato di magia: i bambini sono i primi che cercano di costruire con l’immaginazione una realtà possibile, alternativa.
Ecco, Antonio non ha mai perso, nella sua crescita, negli incontri, in questo suo percorso ricco, fertile, che ha rubato dovunque in maniera da farsi fertilizzare dai saperi. Ciò che per esempio la nostra università, voi lo sapete, ha sempre evitato: quindi barriere, muri. I muri e le barriere sono la guerra, e ce lo ricorda in modo terribile [il tempo] che stiamo vivendo.
Credo che quello che vi ha detto l’architetto Cardillo sia bellissimo. Ha fatto vedere le architetture, ma poi come ve le ha raccontate, queste architetture, come? Parlando dell’anima, parlando [dell’esistenza], parlando del valore della storia.
Perché in facoltà non esiste il rapporto fra storia e progettazione: i progettisti facevano storia quando non progettavano. Mentre storia e progetto, ragazzi, sono la stessa cosa, devono marciare insieme. Guai alla separazione. Chi fa storia fa progetto. Chi non ha mai progettato facendo storia distrugge la formazione; chi non ha mai studiato la storia e fa l’architetto distrugge la formazione, distrugge la meraviglia dell’architettura.
Voglio concludere, perché non voglio essere l’ultima, ricordando il primo giorno. Nel 1993 [ebbi l’incarico]: facevo storia moderna, e anche storia contemporanea, con una gioia grandissima, perché per me, che adoravo il medioevo… ma tutta la storia. E la storia non è data: guai [a darla per data], come tanti hanno fatto. La storia è domande, concetti, chiedersi il perché. È come quando dicevamo del ficus magnolioides meraviglioso, che poteva essere laboratorio, la Favorita nostra; e io lo dicevo: se lì avessimo interrogato le forme, cercando di capire come avviene questo miracolo… Se non capiamo, della storia, il perché e il come, è inutile studiarla, non serve a niente.
Allora, voglio concludere ricordando la prima conoscenza. Eravamo nell’aula magna di via Maqueda. Era bello, tutti quei corridoi, i cortili. In quest’aula magna… i ragazzi si informano [che c’è una lezione], e allora mi ricordo – vero, Antonio? – che erano tutte le finestre piene zeppe di ragazzi. [Non potevano entrare tutti], siccome c’erano problemi statici. Una cosa bellissima. Fu un anno, e poi mi dovetti operare, perché lavoravamo dalle due e mezzo fino alle [otto e tre quarti] di sera, sempre, senza stancarci mai: altro che mezz’ora, tre quarti d’ora. Era bellissimo. Io invitavo [docenti di] medicina, di fisica.
Allora, cosa accadde? Accadde che non c’era [lo schermo su cui proiettare le diapositive]. E io dicevo: ma non è possibile. Potete salire sul tavolo. C’era Antonella, che mi aveva seguito da anni, Antonella Battaglia, la ricordo ancora. E Antonella, che sapeva [di poter chiedere] alle suore che mi conoscevano; le dico: risolvi come sai, fatti accompagnare, corri a prendere delle lenzuola matrimoniali, grandi [da appendere]. E questo fu l’inizio.
Subito dopo cominciai a parlare, e mi ricordo lui, bello fin da allora, con un cappotto nero, che mi chiedeva, perché iniziò provocando; e via via era una presenza continua e costante. Questo era Antonio fin da allora. Non voglio dire altro, perché sono molto contenta del percorso che lo ha portato nel mondo, con riconoscimenti ovunque. Sono contenta che mi abbia riconosciuto, ma noi non ci siamo mai persi, in tutto il percorso, mio e suo. E quindi vi ringrazio, un abbraccio ancora.
Note
- ^ Antonio, come Lima è solita chiamare Antonino Cardillo.
- ^ Prima di quell’incarico Lima veniva dagli studi medievali condotti con Enrico Guidoni, che insegnò alla Facoltà di Architettura di Palermo fra il 1976 e il 1980: da lì il suo medioevo.
- ^ Il ficus magnolioides (Ficus macrophylla subsp. columnaris), l’albero monumentale dei giardini di Palermo.
- ^ Il Parco della Favorita, o Real Tenuta della Favorita.
- ^ L’aula magna della Facoltà di Architettura di Palermo, allora nella sua storica sede di via Maqueda.
- ^ I problemi statici dell’aula magna impedivano l’accesso a tutti gli studenti: nel 1993 la frequenza dei corsi era libera, senza limiti di numero.
- ^ Lima esita qui: «ecco, questa memoria, non vorrei che si sovrapponesse [a un’altra] nella memoria». La riserva è fondata: il cappotto nero non appartiene a Antonino Cardillo, che non ne indossò mai uno, ma al ricordo di Toti Careca, altro studente di quegli anni: con Cardillo, Antonella Battaglia, Alessandro Di Bennardo e Lina Roberta Gueli, fu fra quanti seguirono da vicino la ricerca di Lima.