Nota
- ^ Luchino Visconti, Il Gattopardo [film], Titanus, Roma, 1963. La proiezione seguì la lezione.
Architectural Association School of Architecture, Londra,
Alexandra Savtchenko-Belskaia introduce la lezione sulla Casa della polvere, nell’ambito del programma Il linguaggio dei fiori, Unità Intermedia 2 del 2013 presso l’Architectural Association School of Architecture di Londra
Alexandra Savtchenko-Belskaia
Di recente siamo andati in Sicilia, tutti insieme, e questa serata vuole richiamare alcune delle cose che lì abbiamo pensato, discusso e visto, ma anche entrare un poco più a fondo nella comprensione dell’unità, l’atelier didattico della scuola, e di ciò che vi facciamo, e ascoltare il lavoro di Antonino Cardillo, che stasera si è unito a noi con generosità.
Antonino l’abbiamo conosciuto attraverso il lavoro dell’unità, e in Sicilia è stato un privilegio e un piacere sentirlo parlare degli architetti del barocco. Volevo introdurre alcune di quelle idee ponendo qualche domanda ampia, che è forse anche la mia stessa ragione per essere entrata in questa unità. Credo che il lavoro di Antonino, e il film che vedremo, siano un punto di partenza per affrontarle. Come può essere possibile conoscere il proprio tempo e conoscere sé stessi, perché l’architettura che mettiamo al mondo sia adeguata a chi la userà ora e nel prossimo futuro, e porti un significato reale: un significato che non sia astratto, prodotto, confezionato e del tutto estraniante, ma diretto, pertinente e, si potrebbe dire, vivo? Soprattutto se architetti non siamo.
È davvero possibile che l’architettura vi riesca? Certo, credo che la risposta sia sì, altrimenti non saremmo qui. Non è di sicuro l’obiettivo di tutti gli architetti, né di tutta l’architettura che c’è là fuori, ma credo, ed è anche la ragione per cui lo faccio, che sia ciò che cerchiamo, e che ce ne sia bisogno. E credo che sia una domanda davvero importante da porsi per noi, che architetti stiamo per diventare, perché viviamo in un mondo che ci cambia intorno più in fretta che mai, per il solo ritmo con cui tutto si muove e si volta. Penso anche che ci sia una consapevolezza comune: che ciò che cambia non stia necessariamente cambiando in meglio.
Sarete forse d’accordo che esiste un’idea del tutto diversa, e anzi opposta, a quella moderna secondo cui in futuro le cose andranno meglio. Eppure fra la coscienza del nostro tempo e ciò che avevamo nel moderno si apre una specie di frattura, un vuoto, mentre continuiamo a vivere secondo alcune delle stesse cose e strutture del mondo di prima, che ancora ci danno forma. Per questo credo sia una domanda davvero importante da porsi: come possiamo trovare il modo di fare un’architettura realmente pertinente a chi vive ora e nel prossimo futuro, e non estraniante? Detto questo, dalle conversazioni che abbiamo avuto con Antonino e dal modo in cui ha parlato del suo lavoro, credo che queste questioni, comprendere il passato dell’architettura e lavorare con un modo particolare di affrontarla storicamente, siano estremamente pertinenti e davvero qualcosa da cui possiamo imparare. Lo trovo molto ispirante.