Sperimentazioni

di Massimo Locci





Molti sono i giovani architetti che, sostenuti da solidi approcci teorici e volontà di sperimentazione, definiscono interessanti soluzioni formali, talvolta con complessi e innovativi processi che, però, vengono verificati solo virtualmente grazie agli attuali strumenti di modellazione 3D. Spesso sono autocommittenze, che rispondono a un programma funzionale predefinito, ma che difficilmente sono in grado di superare la verifica concreta del cantiere.

Sostanzialmente su questo piano si collocano le prime esperienze progettuali di Antonino Cardillo come le due case qui presentate, Ellipse e Twelves, anche se sono due proposte immaginate per un contesto specifico e per un’utenza determinata. In questi due progetti emerge una forte sensibilità poetica che coniuga consapevolmente ricerca morfologica e dialogo con la storia, segnatamente le Avanguardie del Movimento Moderno e le linee più sperimentali del contemporaneo. La sua formazione alla scuola di Antonietta Iolanda Lima sono stati una buona base di partenza.

Pochi sono, però, i giovani che fin dalle prime prove concrete riescono a tradurre sul piano operativo-esecutivo l’articolazione spaziale e la ricchezza compositiva delle forme, senza smarrire la purezza dell’approccio teorico-sperimentale. Quando si realizza tutto ciò appare quasi miracoloso, soprattutto se si rispetta la logica spietata del mercato edilizio che richiede rispetto massimo delle procedure, dei budget e delle tempistiche di esecuzione (in un caso addirittura un’opera di Cardillo è stata realizzata in soli 10 giorni).

Le due case sperimentali sono utili per comprenderne l’orizzonte poetico e concettuale: il campo operativo è sintetizzabile nella individuazione di linee energetiche che agitano la composizione e lo spazio (forze centrifughe che ora proiettano piani curvi nel paesaggio, ora trasformano la continuità dell’ellisse in un nautilus aperto), nell’uso dello spazio gerarchizzato (ribassato e contratto o con vuoti a doppia altezza) nell’uso di artifici scenici con quinte contrapposte (massive e trasparenti) e travasi percettivi, nella combinazione di geometrie libere ed euclidee, nella valorizzazione degli elementi contrappuntistici.

Senza alcuna caduta di tensione tutto l’apparato teorico-concettuale sperimentato nelle due case-concept si ritrova nelle due opere realizzate; anzi nella fase realizzativa si attua un processo di decantazione di segni e una sistematizzazione del metodo così efficace che il linguaggio appare chiarito e rafforzato. Scompaiono anche alcune anomalie tipologiche; condizione forse ineliminabile quando si affrontano temi morfologici ambivalenti tra la dimensione privata della residenza e quella pubblica dello spazio.

Nella prima opera realizzata, la Nomura 24 House nella baia di Osaka in Giappone, Antonino Cardillo reinterpreta con sensibilità occidentale il tema della casa tradizionale giapponese, proponendo un processo di ibridazione tra le due culture dell’abitare. Attua un processo di manipolazione di componenti specialistiche, una fusione che genera una valenza identitaria; ad esempio tra il genkan, il loro tipico ingresso, e il nostro portico; tra il washitsu, la stanza con stuoie marginata da pareti scorrevoli, e il nostro soggiorno; tra la loro propensione a creare spazi raccolti con altezze contenute e una visione aperta con vani a tutta altezza e con tetto inclinato.

Il fattor comune è rintracciabile nell’essenzialità delle forme e dei trattamenti, nei materiali naturali e nei dettagli essenziali. La candida morfologia sfaccettata che si incastona nella collina verde e che, con tutta evidenza, è memore dei linguaggi rarefatti del MM, che alla tradizione giapponese si riferiscono in modo esplicito, e della cultura mediterranea, cui Antonino è fortemente legato essendo siciliano.

Per cogliere le diverse relazioni di paesaggio e di contesto l’autore si affida al “gioco sapiente” dei piani polidirezionati e dei volumi sottoposti agli effetti della luce. I valori chiaroscurali si accentuano grazie al bianco monocromatico e si esaltano nelle combinazioni-variazioni del palinsesto delle bucature.

Ancora più continuità con la fase di sperimentazione teorica è riscontrabile nel progetto di interior design per il negozio monomarca [Come una Scenografia] a Milano. Frutto di una consultazione promossa dalla rivista Wallpaper* è interessante per gli esiti e per la procedura: si doveva realizzare in 60 mq un allestimento temporaneo con un budget limitato e un tempo di esecuzione ridottissimo (dieci giorni).

Antonino Cardillo attraverso una sorta di scenografia rovesciata è riuscito a trasformare completamente l’immagine del negozio senza stravolgerne la struttura funzionale.

Ha lavorato prima per sottrazione, fino a rintracciare gli originali valori spaziali: in tal modo il soppalco ritorna a essere elemento di misura del vuoto a doppia altezza e la colonna binata riappare come un’emergenza tettonica, astratta e valorizzata come una preesistenza archeologica.

Giocando sulle stratificazioni Cardillo inserisce un parallelepipedo definito da una semplice intelaiatura a balloon frame e pannellature discontinue, un pieno-vuoto che crea percezioni multiple dall’interno all’esterno e viceversa. Il tema della casa nella casa e dello spazio interno che è esterno a se stesso ha attraversato tutta la storia dell’architettura, dal continuum romano a Ungers, passando per Alberti e Bramante.

Antonino Cardillo a tal proposito fa riferimento a un “atto di sovrapposizione di significati all’interno di uno stesso nucleo identitario, e a un gioco di rimandi tra ordini ideali e reali”.

Il volume interno è contemporaneamente un luogo enucleato e reso “a misura d’uomo” grazie all’uso di arredi domestici, attrezzature e materiali non tecnologici (vecchie poltrone semplicemente rivestite, lampade di Joe Colombo riciclate, tavolini da salotto, tubi fluorescenti a vista e lampade ad incandescenza); in parte è coinvolgente e reso intrigante da una potenziale valenza voyeristica urbana. Nel gioco di volute ambiguità, ribaltamenti e sconfinamenti tra interni ed esterni l’architetto sonda le potenzialità espressive della scena teatrale, citazione resa evidente dalla grande tenda retrostante i telai che allude a un sipario. Le viste si sovrappongono, dialogando con il fondale urbano e le diverse identità del luogo: dalla medievale Chiesa del Carmine ai brani decorativi Art Nouveau.



M.LOCCI, “Sperimentazioni”, in L'Architetto IT, no.41, Rome, Apr 2011, pp.30-33.