Antonino Cardillo

Architettura e Verità


di Jeanette Kunsmann
con Stephan Burkoff, DEAR Magazine #1.


Antonino Cardillo è un lottatore solitario, sebbene il termine ‘lotta’ possa risultare fuorviante. Le sue armi si rivelano essere un gioco di illusione e realtà, di forma e fantasma. Al centro, per il giovane architetto italiano, rimane unicamente una cosa: l’architettura.


Il successo di un architetto non è facile da misurare ed ancora meno da confrontare. Forse è basato sulla quantità dei progetti realizzati o sulla grandezza del team dei collaboratori? O ancora, sul totale dei concorsi e dei premi vinti? Sul numero delle pubblicazioni? Come si vede, su quanto uno studio sia importante o di successo, ci sarà probabilmente sempre più di un parere. Nel caso del giovane architetto italiano Antonino Cardillo, però, c’è un punto in cui tutti si sono trovati d’accordo: che egli sia un impostore.
Cardillo non ha né un indirizzo di ufficio, né uno studio di architettura in senso tradizionale. Non ha neppure collaboratori: l’architetto siciliano disegna e sviluppa tutti i suoi progetti da solo. Allo stesso modo, il giovane architetto ignora ogni tipo di concorso e trova da solo, tra amici e conoscenti, i suoi committenti e costruttori. I suoi progetti costruiti si possono contare sulle dita di una mano e la maggior parte di essi rientra nell’ambito del disegno di interni. In quanto ad edifici interi, Antonino Cardillo ha finora costruito solamente la Nomura House [Casa Nomura, n.d.t.] nella città giapponese di Takarazuka, a cui questa estate seguirà una seconda casa sul Lago di Garda. Si potrebbe dunque pensare che Cardillo sia uno sconosciuto. Eppure non è così. Tralasciando le tre grandi star dell’architettura (Libeskind, Hadid e Koolhaas), solo pochi architetti hanno ottenuto sino ad oggi così tanta attenzione dalla stampa internazionale e dalle riviste di settore come Antonino Cardillo. Anche a questo si può trovare più di una spiegazione. Principalmente, lo scandalo mediatico scoppiato attorno alle sue case immaginarie: Seven Houses for No One [Sette Case per Nessuno, n.d.t.].


I
Preludio.

Volo da Milano a Palermo, Sicilia: il luogo di origine di Antonino Cardillo. Il suo è un nome noto. Almeno lo era una volta. Alcuni lo hanno probabilmente già dimenticato. Dopotutto sono passati cinque anni da quando, sul giornale Der Spiegel (Rovine Romane, numero 27/2012), la giornalista Susanne Beyer additava polemicamente il giovane architetto italiano come impostore e segnava il punto cruciale di una storia di verità, inganno ed ambizione.
Cardillo aveva incantato la critica internazionale ed i suoi lettori con le sue architetture immaginarie, immagini realizzate artisticamente con Photoshop. Le sue sette case immaginate (iniziate con la Ellipse 1501 House a Roma nel marzo 2007; seguita dalla Vaulted House a Parma, la House of Convexities a Barcellona e la Max’s House nella città francese di Nîmes nel 2008; ed ancora la Concrete Moon House, la House of Twelves a Melbourne nel 2009 ed infine la Purple House in Galles nell’ottobre 2011), che fin dal principio sono state ideate come una serie, convincevano attraverso illusioni perfette ma non solo. L’architettura originale, la gamma dei colori ed i dettagli erano così piacevoli che la domanda circa la loro autenticità non voleva forse nemmeno essere posta. La loro esistenza era conseguenza del loro progetto. Esse servivano esattamente a ciò che tutti desideravano. Antonino Cardillo non voleva accettare che i media internazionali fossero disposti a pubblicare sempre e solo realtà costruite, tralasciando disegni e rendering di progetti validi. Così, dunque, con il suo lavoro, ha costruito un ponte tra realtà e sogno, verità e finzione.
Per capire l’opera dell’architetto 42enne, i suoi pensieri e la sua origine, ci mettiamo in viaggio verso la Sicilia. Una volta atterrati a Palermo, ci dirigiamo in auto verso Trapani, senza sapere cosa ci sarà ad attenderci. Perché nel 2014 è tornato da Roma a Trapani? Resta anche qualche dubbio circa la reale esistenza delle Four Grottos [Quattro Grotte, n.d.t.], o se pure nel caso di questi progetti si tratti di immagini iperrealistiche realizzate al computer. L’architetto sta forse perseguendo una nuova strategia per far parlare di sé? Chi è questo Antonino Cardillo che nel 2009 la rivista Wallpaper ha eletto uno dei trenta architetti più importanti al mondo? E come è accaduto ciò?


I
Non ci sono sogni senza realtà.

Una parete, due porte: sinistra o destra – quale porta scegliere? Antonino Cardillo sorride ed indica la destra. Lì dietro si cela una piccola, bassa stanza. L’altezza del soffitto: circa due metri.
Ci incontriamo alla Cattedrale di San Lorenzo, a Trapani. Là troviamo proprio lui, in carne ed ossa, contento di vederci. Girato l’angolo, dopo pochi passi in un vicolo stretto, apre una piccola porta verde. La porta del suo ultimo progetto: Specus Corallii. Benvenuti nella realtà di Cardillo!
La caverna di corallo Specus Corallii, è la quarta grotta della serie dell’architetto. Un rifugio, isolato dal mondo e dalla realtà, che racchiude in se l’idea costruita di un’architettura misteriosa. Ciò nonostante, o forse proprio per questo motivo, le stanze create da Cardillo sono giocate su parametri conosciuti e familiari. Le piccole porte, che dal corridoio conducono nella sala, sono viste dall’architetto come un riferimento al mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie. Questa suggestione viene amplificata da un pomello di vetro di Murano rosa posizionato in basso ad un’altezza di soli ottanta centimetri (queste sono solo due delle dodici maniglie che Cardillo ha acquistato in un mercato di antiquariato. Lui stesso le trova kitsch e proprio per questo perfettamente adatte). Le quattro porte sono posizionate su due pareti, e così uno si ritrova, in particolare sul lato stretto, a dover decidere quale porta aprire.
Per questo progetto, sviluppato con molta cura, Antonino Cardillo è tornato due anni fa da Londra a Trapani, sua città natale. Contemporaneamente, ha lavorato per un paio di mesi all’allestimento di un negozio su una strada georgiana di Londra, per il marchio inglese Illuminum Fragrance, la cui cliente più famosa è stata Kate Middleton. Lo spazio [Specus Corallii n.d.t.], di proprietà della Cattedrale di Trapani, era già ben noto all’architetto sin da quando era bambino poiché, al suo interno, a Natale, veniva allestito un grande presepe meccanico. “Ma il sito era parecchio malridotto ed è rimasto per lungo tempo inutilizzato”, ricorda Cardillo. “Quando ho saputo che la Chiesa voleva rinnovare lo spazio ma che non avevano idee, ho ideato lo Specus Corallii e presentato a loro il progetto pro bono”. Tutto è cominciato con un’immagine, un rendering attraverso cui convincere il committente, l’anziano sacerdote della Cattedrale di San Lorenzo. “Gli piacque e ricevetti l’incarico”. Il risultato è un progetto a basso costo che non sembra a basso costo.
A renderlo possibile è stata l’accurata progettazione di Cardillo così come i materiali utilizzati: le lastre di pietra del pavimento provengono da Trapani, così come la calcarenite della parete inferiore, mentre l’intonaco, come già accaduto nelle precedenti tre ‘grotte’ a Roma e Londra, è realizzato con le ceneri del Vesuvio. Poiché la pozzolana è leggera, l’intonaco grezzo si attacca anche sul soffitto. A contatto con l’acqua e la calce idrata, la polvere naturale, grazie al suo contenuto di silice, acquisisce proprietà coesive. Le pozzolane venivano già usate nell’antichità nei calcestruzzi romani. Cardillo colora a posteriori il suo intonaco di pozzolana, in modo da creare un nuovo effetto spaziale. Essendo inoltre il materiale relativamente economico (quattro tonnellate costano meno di ottocento euro) valeva pure la pena di fare giungere a Londra, nel 2015, la cenere vulcanica del Vesuvio da Napoli. Antonino Cardillo predilige questo particolare materiale di costruzione non solo per la sua leggerezza e per il costo. Esso è una finitura la cui forma non si lascia riprodurre nelle simulazioni al computer. Ma di questo ne parleremo dopo.
Con le due porte, l’architetto gioca in modo sottile con il sistema della Chiesa, che è il committente del progetto. Si tratta della scelta tra destra e sinistra, buono o cattivo: Dio o il Diavolo. Anche il pavimento è diviso in due metà, un’asse invisibile riflette il disegno delle lastre di pietra. Simmetria, forme archetipiche ed archi sono elementi che si ritrovano sempre nell’architettura di Cardillo.


I
La realtà non esiste.

Antonino Cardillo lavora per ‘serie’. Sviluppando un certo elemento, passo dopo passo, egli arriva a costruire una cifra stilistica personale e riconoscibile, anche se non sempre di pietra. La serie delle Imagined Houses [Case Immaginate, n.d.t.] è intorno a composizioni e geometrie di edifici ispirati alle rovine romane o alle curve della storia. Il fatto che la sua architettura possieda una dimensione che trascende dalla realtà apparente, ha già funzionato nella sua prima serie – anche per la mancanza dell’architetto di indicare se, per quanto riguarda le immagini, si trattasse di foto o di simulazioni. I confini tra realtà e spazi virtuali svaniscono in ogni casa, Cardillo però, nonostante le informazioni sul suo sito internet suggeriscano diversamente, situa le aree di costruzione in sette luoghi attorno a Trapani. Secondo le teorie dello studioso inglese Samuel Butler (1835-1902) i siti storici dell’Odissea non si trovano in Grecia, bensì nelle vicinanze di Trapani (in latino Drepanum). Butler ha ipotizzato che la stessa Itaca di Omero, patria di Ulisse, secondo Wikipedia solitamente identificata con l’odierna Itaca o con una delle vicine isole Ionie, si possa trovare nella regione di Trapani. Per Cardillo questi miti e fatti sono prova che la storia non è altro che un rendering [simulazione n.d.t.]. Troppi avvenimenti sono stati eliminati dai libri: la realtà non esiste. E così l’architetto vive e lavora nella sua propria realtà, di cui auto realizza virtualmente i diversi scenari.
Già prima dei suoi studi a Palermo, a metà degli anni Novanta, Antonino Cardillo, mentre scopriva l’architettura come realtà costruita, programmava giochi per computer. In seguito, una volta arrivato a Roma egli era solito, per guadagnarsi da vivere, realizzare rendering [immagini virtuali, n.d.t.] per architetti con meno esperienza (non scriveva tesi di dottorato come supposto, insieme ad altre cose, nell’articolo di Der Spiegel). Il volto di Antonino Cardillo si incupisce al ricordo di questo periodo. A quel tempo era uno dei pochi che riuscivano ad eseguire dei buoni rendering, ma non gli piaceva renderizzare i progetti degli altri. “Volevo concentrarmi sulle mie architetture”, racconta.

E i giochi per computer?
Sì. Quando ero più giovane giocavo parecchio e a lungo. Una volta la grafica era di scarsa qualità, ma le storie dei giochi erano più interessanti di quelle di adesso. Oggi è esattamente il contrario: quanto più realistica è diventata la grafica dei giochi, tanto più è scaduta la qualità delle storie. È un settore che non mi interessa più.

Cardillo è un perfezionista. “Un rendering non appare come una foto: rimane sempre chiaramente un rendering.” Lui dice. “Ho sempre visto le mie immagini come rendering.” Il primo contatto con la stampa avvenne tramite World Architecture News. Era il 2007. Cinque anni più tardi, nel luglio 2012, Susanne Beyer avrebbe scritto l’articolo ampiamente citato su Der Spiegel. Quest’ultimo si basava su di un altro articolo, che il critico di architettura Peter Reischer aveva pubblicato in precedenza sulla rivista austriaca Falter (Bella Clonazione, 9 maggio 2012): “L’architetto Antonino Cardillo costruisce solo su Internet. Con le sue case fasulle prende in giro la stampa internazionale”, Reischer comincia così la sua resa dei conti, che aveva luogo senza l’autorizzazione dell’architetto. “Peter Reischer è ancora oggi molto arrabbiato con me”, ride Cardillo, senza sentirsi in colpa.

Sinceramente, non mi ricordo più bene, è stato molto tempo fa. E per me non ha alcuna importanza.

Dove sono state pubblicate per la prima volta le case immaginarie?
The Cool Hunter pubblicò un articolo sulla Ellipse House dando l’impressione che la casa fosse stata realmente costruita. Era il 2007.

Ma in effetti ci si potrebbe accorgere che si tratta di immagini virtuali e non di fotografie.
Un tempo i monitor erano di qualità peggiore, forse dieci anni fa i rendering potevano sembrare delle fotografie? Il fatto cruciale è stato che molte riviste hanno semplicemente copiato dal primo articolo. Quando Wallpaper mi contattò per fotografare la Ellipse House per una pubblicazione sulla rivista, dovetti chiarire che la costruzione non esisteva. Quindi non l’hanno pubblicata.

Cosa è successo allora?
Ad un certo punto mi sono divertito a seguire questa storia: non mi rimaneva altra scelta! Questo ha fatto arrabbiare molti, per esempio Peter Reischer. Incredibile! Da un certo momento in poi mi decisi a non rispondere più a nessuno ed a tirarmene completamente fuori. Non sarebbe stato possibile per me continuare ad agire ancora in questa storia. C’erano così tanti e diversi gradi di manipolazione!

D’altronde tutto questo ha avuto luogo soprattutto nei media tedeschi...
Ad esser sinceri, il dibattito in Italia è stato anche peggiore che in Germania. La Stampa scrisse una intera pagina su di me ma, poiché i giornalisti italiani avevano tradotto gli articoli tedeschi ed avevano lavorato su delle traduzioni, sono emerse nuove incomprensioni e bugie. Confusione su altre confusioni.

Molti articoli secondo Cardillo sono stati manipolati, visto che la maggior parte sono stati tratti da quello del Falter o dello Spiegel. “La verità è molto complessa, è difficile mettere tutto a posto e comprenderlo appieno. Oggi molte riviste ignorano il mio lavoro, specie Wallpaper.” Cosa è reale, cosa non lo è? Un problema filosofico. A seconda del desiderio e dell’immaginazione le illusioni sono più forti della realtà. L’architettura manipola la gente. La manipolazione è umana. E non solo gli architetti, anche i media devono vendersi.
Quando Cardillo oggi parla delle sue case immaginarie, diventa pensieroso, dosa esattamente le sue parole, sta in guardia. Lo colpisce il fatto che oggi in molti non gli credano, che chiamino l’architetto siciliano un bugiardo ed un impostore. Anche la stampa italiana e molti architetti di Palermo o Roma si indignano con Cardillo e le sue Sette Case. Case che avevano entusiasmato così tanti ma che non erano mai state costruite.

“La mia verità non è la verità: questo è il problema” dice Antonino Cardillo. “Ero frustrato di non poter comunicare la mia architettura perché non era stata costruita.” Al giovane architetto mancavano i mezzi necessari per poter arrivare ai potenziali committenti ed un tale impedimento avrebbe potuto incidere sull’acquisizione di nuovi clienti. “Non avevo altra possibilità.” Dice lui. Anche Mies van der Rohe e Le Corbusier hanno principalmente scritto e poco costruito. Non vi è alcuna realtà. Secondo Cardillo anche la cultura greca è un crimine.

Perché?
Il Classico non è greco! E le sculture classiche dei greci non erano neppure bianche! Nei primi del XIX secolo si scoprì che gli elementi e lo stucco dei templi greci originali dovevano essere colorati. Il Classico non era dunque stato bianco ma, al contrario, dipinto di colori vivaci. In un certo senso, probabilmente, era anche troppo colorato.

Che importanza ha tutto ciò?
Quando si pensa che i Movimenti Moderni, come il Bauhaus e lo stesso Le Corbusier, hanno ripreso questa idea del classico puro, si riconosce come questa interpretazione del bianco puro classico sia una singolare proiezione del passato. Per me questo aspetto ha grande importanza poiché, nei fatti, questo atteggiamento di purezza non è veritiero. È strano che ancora oggi esistano il minimalismo ed altri rappresentanti che supportano l’esistenza di questa idea di architettura pura.

Ma il Bauhaus e Le Corbusier erano anche colorati, forse anche più colorati di oggi.
Si, forse. Ma qui si tratta di affermazioni. Ciò che Le Corbusier ha scritto nei suoi libri differisce enormemente dai suoi progetti costruiti. Lui celebrava l’idea del bianco come qualcosa di nuovo, in un modo positivo. Ciò che è strano è che la Maison La Roche non era bianca, ma beige. Eppure, quando la Fondazione Le Corbusier ha ristrutturato l’edificio negli anni Settanta, ha dipinto la facciata di bianco. Questo perché nei suoi libri Le Corbusier celebra il bianco!

Se non esiste alcuna realtà, tu a cosa credi?
Io credo che noi uomini non abbiamo controllo su nulla. Si tratta di un’illusione, noi distruggiamo ogni cosa supponendo di poterla controllarla e condizionarla. Il fallimento della modernità si basa dunque sull’arroganza di credere che l’uomo possa eliminare le forze irrazionali. Ma non è possibile!

A quale forze irrazionali ti riferisci?
Credo nel dover accettare le forze irrazionali, e tra esse l’amore. Per questo mi interessa il lavoro di Richard Wagner, per il suo essere paradigma di potere e amore. L’amore fallisce poiché si sceglie il potere. Questo è anche il paradigma della modernità: l’amore è una forza irrazionale. Il White Cube [Cubo Bianco, n.d.t.] è quindi una conseguenza del potere.

E cosa ne è del ‘potere dell’amore’?
Questa è solo una canzone! (ride) Chi ha potere può influenzare le altre persone. Chi ama, distrugge sé stesso. Dal punto di vista psicologico l’amore è una malattia molto pericolosa. Così come l’architettura: solo un’illusione! Ma allo stesso tempo l’amore è più reale della realtà.


I
Manipolare è umano.

L’architetto che è stato condannato dai media quale impostore, oggi lavora dove gli altri vanno in vacanza. Quando i turisti si godono l’estate ed il sole siciliano sulla spiaggia di Trapani, Antonino Cardillo pensa e disegna i suoi edifici, prende decisioni importanti nel suo studio. Studio? Non aveva forse detto di non avere uno studio? Sorride: “Posso anche mostrarvi il mio studio, ma dobbiamo andare in macchina.” Dieci minuti dopo abbiamo parcheggiato da qualche parte, appena fuori dalla città vecchia di Trapani, in riva al mare. Camminiamo lungo la spiaggia, un albergo a torre appare all’orizzonte, solitario e decadente. Lì dietro, su di una piccola lingua di terra si trovano un paio di muri e degli archi rotondi: sono le rovine di una vecchia tonnara del XVIII secolo. In una delle due torri, delle quali oggi non rimane che un resto di muratura alto sino alle ginocchia, Cardillo ha il suo studio. Egli si reca qui ogni pomeriggio e vi rimane per un po’, in piedi nel vento, concentrato sui suoi pensieri. A volte prende decisione riguardo l’impiego di un colore particolare, un’altra volta considera la richiesta di progettare un negozio, e declina.
Volo da Palermo a Roma: una città che si trova in un certo senso alla fine, in attesa di un nuovo inizio. Troppi monumenti, troppa storia, troppi turisti. Massimiliano Beffa, committente e proprietario dell’appartamento dal nome poetico House of Dust [Casa della Polvere, n.d.t.] ci ha invitato a casa sua, così da poterci convincere con i nostri occhi dell’esistenza del progetto di Cardillo. Il padrone di casa rimane invisibile (lui lavora come notaio ed ha poco tempo), al suo posto, ci apre la porta dell’appartamento al quinto piano di Via Piemonte la custode, una persona allegra nonostante non parli nessuna altra lingua oltre all’italiano. Entriamo dentro un’immagine che diventa realtà. Le parti superiori delle pareti ed i soffitti sono coperti di pozzolana grigio-rosa. Tubi fluorescenti emanano una luce rosa dai recessi del pavimento. Un muro spesso si scopre essere la porta della cucina. La porta gira esercitando una leggera pressione sul lato e rivela l’ingresso alla cucina celata. Nell’insieme, ci si sente come nella residenza romana di James Bond.
Dopo il grande scandalo del 2012, Antonino Cardillo desiderava realizzare qualcosa di molto tattile, di molto fisico. “Non volevo costruire un rendering. Le immagini virtuali non sono per me che un mezzo” ricorda l’architetto mentre, la sera precedente, siamo seduti al tavolo di una trattoria sulla spiaggia di Trapani. “Volevo realizzare un’architettura contigua col passato ed in dialogo con esso. Ma anche capace di provocare. L’idea della polvere è l’esatto opposto del concetto di rendering. La cosa più difficile [nella costruzione di un rendering, n.d.t.] è realizzare una testura di alta qualità.” Ecco dunque la storia dietro la House of Dust: un progetto che non si possa ‘rendere’. Un progetto del quale, contrariamente a quanto pensavano in molti, non è mai stato pubblicato alcun rendering. La realtà è paradossale. Poesia e verità si confondono.
Cardillo in questo primo progetto della sua seconda serie si è domandato intensamente se il lato oscuro dell’architettura possa essere visualizzato, ed ha quindi realizzato l’opposto di un rendering. “A questo proposito è triste che quasi nessun giornalista lo abbia capito”, dice egli pensando al passato. “Nessuno ha messo il progetto in relazione con il dibattito istigato da Der Spiegel, tranne Tim Berge, forse perché anche lui è un architetto”.
In passato, doveva essere tutto molto più complesso, sostiene Antonino Cardillo. E tanto più intense sono le storie raccontate dai suoi rendering e dalle foto dei suoi progetti effettivamente costruiti. L’architetto tesse attraverso i suoi progetti (siano essi reali o immaginati) storie che si ergono l’una sull’altra. Non è un designer, piuttosto un esploratore, i cui viaggi passati da Palermo a Milano, poi a Roma e a Londra, l’han fatto tornare in Sicilia, nella città di origine: Trapani. Accanto a questi luoghi fisici, che certamente hanno influenzato Cardillo, giocano un ruolo decisivo il passato, la cultura e la storia dell’umanità degli ultimi 3000 anni.

Perché il passato ha per te un così grande significato? Cosa ne è del presente?
L’indagine sul passato è indagine sulla vita.

Non c’è dubbio sul fatto che una persona come Antonino Cardillo non veda assolutamente l’architettura come un business: per lui costruire è una ricerca. Ma cosa sta cercando?
“Io penso che Antonino sia un architetto che cerca di trovare il suo proprio linguaggio e che si rifiuta di seguire i modi di altri architetti e designer contemporanei”, ci scrive Ana Araujo, docente alla AA di Londra ed amica di Cardillo. Suo è il nome di House of Dust, e lei è una esperta nel campo della percezione delle immagini. “Io penso che lui, per modellare la sua attitudine professionale, si basi sull’idea di ciò che potesse significare nel passato essere un architetto. Houses for No One credo esistano in questo contesto, quale tentativo di esprimere la visione di un’architettura che è, in una certa misura, autonoma. E che cerca di fissare uno standard piuttosto che seguirne uno.”
Cardillo ha creato un labirinto di verità ed illusioni. Un racconto dai molteplici livelli. Quella della casa in Giappone rimane una vicenda bizzarra, sempre che sia vera. Cosa si nasconda dietro le due foto non lo sapremo mai. Non esiste una sola verità. La realtà: non esiste. Antonino Cardillo l’ha costruita.





BIBLIOGRAFIA


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