Antonino Cardillo

Architettura come Intrattenimento



Il seguente testo è stato composto assemblando scritti di Antonino Cardillo, pubblicati su alcune riviste tra il 2007 ed il 2013, per il numero 77 di «Fulcrum», foglio pubblicato da Architectural Association e distribuito gratuitamente in tremila copie nel caffé e nella biblioteca della Scuola al 36 di Bedford Square di Londra la quarta settimana di novembre del 2013.

 

Tanto tempo fa, l’umanità celebrava il mistero della creazione costruendo grandi case per esseri invisibili chiamati dei. L’architettura trasfigurava alberi e pietre in qualcosa di grandioso e comunicativo. Era linguaggio universale, come la musica, e nelle sue trame si stratificavano tradizioni antichissime. Oggi l’architettura appare come un prodotto generato dalle multinazionali del design. Il nostro presente sembra avvinto in un ciclo: l’ossessione per la novità inibisce lo studio e la memoria breve neutralizza la nostra capacità critica, riducendo il passato a mercimonio, supermercato di ‘cose’ indistinte ed intercambiabili. L’attuale proliferazione di icone neo-moderniste difatti nasconde questa sadica manipolazione: idee, passioni, lotte civili ed ideali vengono costantemente saccheggiati ed abusati. I significati originari sono alterati, riscritti o cancellati. Il passato diventa innocuo; immagine, maschera grottesca che celebra i consumi.

Il passato ci racconta delle storie tra gli uomini. L’architettura ci permette di conoscere noi stessi attraverso gli altri. Quando entità avverse si scontrano ed iniziano ad amarsi, nascono nuovi linguaggi. L’architettura più fertile nasce dall’amore che, in definitiva, è sempre trasformazione, incontro sensuale tra le differenze. Così io intendo la mia architettura come un viaggio attraverso luoghi, un imparare dalle diversità. Io vedo l’architettura come un incontro di frammenti. Dell’architettura, quindi, m’interessa il ‘già detto’ o il ‘già visto’. Questo è un processo sincretico, dove elementi distanti, ed in apparenza incongrui, trovano un’imprevista unità.

Attraverso l’architettura, provo a dare voce ai racconti dei passati interrotti, interrotti dalla ‘Storia’, che è il discorso dei potenti. Il discorso del potere si rivela anche nella struttura degli odierni studi di architettura: corporativismo, firme, marketing, produttività, profitto. Le aziende dell’architettura contemporanea sembrano affette da megalomania. Competono per fatturare la costruzione più grossa; ma la costruzione più grossa, per essere prodotta, richiede una grossa azienda. Ed una grossa azienda richiede centinaia di lavoratori: così essi finiscono per costruire un ambiente gerarchico, deprivato di sentimenti. Lo stile di vita che conduci influenza il lavoro che fai. E quando il treno parte nessuna fermata è consentita perché, alla fine del mese, le fatture incombono.

Io lavoro solo. Su una panchina ai bordi di una antica valle; aspettando il tempo, nelle strade. Oppure altrove, in un parco, ascoltando nella tarda notte il mormorio delle acque di una fontana; cercando sentimenti. Cercando i luoghi dove l’architettura giace addormentata. L’architettura è un’idea e le idee sono tarde; ti aspettano in un pomeriggio pigro ed assolato, vagabonde ed impreviste, da qualche parte. Internet rende l’ufficio fisico datato. Il mio ufficio abita un ordinatore portatile ed io disegno piccoli edifici. Le opere di architettura più sovversive sono sempre piccole, perché la piccola scala rende liberi. Un cliente saggio è molto più importante di una disponibilità di spesa senza fine.

L’architettura è un atto critico sulla realtà ed, allo stesso tempo, interpretazione del passato. L’architettura non è, non può e non deve essere una ‘firma’. Delegare il processo creativo è sempre un fallimento. Senza esercizio di critica, senza prese di posizione, senza conflitti – che sono soprattutto interiori – non c’è creazione. Ma la critica sembra in via di estinzione e l’architettura regredisce a volgare intrattenimento. Così l’architettura contemporanea celebra il potere e diventa essa stessa potere. Ed anche se in apparenza opposti, potere ed intrattenimento sono parte della stessa strategia che distrae le persone dai sentimenti della vita.

Un edificio è grande quando i suoi spazi sono eloquenti ad un punto tale da sopravvivere alle funzioni per cui l’edificio stesso è stato originato. L’architettura è tale solo se riesce ad andare oltre i problemi transitori e comunica valori aldilà del quotidiano. L’architettura è oltre la funzione, che è solo il pretesto casuale che le dona nascita. In definitiva, l’essenza dell'architettura è nel racconto che custodisce, che struttura il tempo nello spazio: la grande architettura, che è anche città, è come un racconto senza fine, in cui l’interpretazione dell’attore protagonista, che è il fruitore, modifica il senso dell’opera nel tempo. Al di fuori di questa dimensione umana, l’architettura è destinata all’obsolescenza tecnologica ed ad un precoce invecchiamento.


Antonino Cardillo: “Architecture as Entertainment”, in: «Fulcrum», no.77, Architectural Association Press, Londra, 18 novembre 2013, p.1.


Parti di testo precedentemente pubblicate in:

«Inside Quality Design», no.26, Milano, marzo 2012, pp.102-7.
«Build Magazin», no.5/11, Wuppertal, ottobre 2011, pp.44-51.
«Build Magazin», no.4/10, Wuppertal, agosto 2010, pp.40-47.
«Tasarim», no.194, Istanbul, agosto 2009, pp.90-91.
«Design Today», no.VIII, 5, Mumbai, febbraio 2009, pp.90-91.
«B.1 Magazine», no.III, 15-8, Bangkok, agosto 2008, pp.94-99.
«Blueprint», no.256, Londra, luglio 2007, p.58.


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